LA NUOVA (DIS)EDUCAZIONE

Esistono dei dogmi imprescindibili anche nell’educazione, al contrario di quanto affermano i “genitori moderni”, dei principi cardine indiscutibili e assoluti su cui basare la formazione da impartire ai propri figli. E con questo non voglio insinuare che io sia più portato a fare il genitore rispetto ad altri, anzi. Magari non ne ho la benché minima capacità. Le mie considerazioni derivano però dall’osservazione del mondo circostante, che specie negli ultimi tempi è cambiato drasticamente facendo vacillare persino alcune delle oggettività innegabili della civiltà. È proprio grazie ai nostri avi, infatti, alle cosiddette “vecchie generazioni”, che viviamo in una società progredita in cui tutto è possibile (denaro permettendo), in cui la prospettiva di vita è cresciuta e c’è cibo in abbondanza, in cui anche il desiderio più astruso può essere esaudito con pochi click e una carta di credito. Il loro sacrificio, consumato in epoche contraddistinte da innumerevoli impossibilità e restrizioni rispetto ad oggi, le scoperte di menti brillanti che hanno dato la vita per la ricerca e i progressi sociali messi in atto da uomini eroici morti per un ideale sono in sostanza il preludio della civiltà attuale, resa gloriosa per mezzo del sangue versato (non solo in senso metaforico) nel passato. Forse non l’abbiamo mai del tutto compreso, noi uomini moderni, e continuiamo a mostrare ingratitudine e disprezzo verso tutto ciò che abbiamo. Ignorando magari che uno status, oltre a essere goduto, va anche mantenuto, coltivato e migliorato, altrimenti è facile che crolli l’intero palazzo e si debba ripartire dalle fondamenta. Il nucleo familiare è dove si modellano i figli, mattoni che nel loro insieme andranno a formare quel grande edificio che è la società contemporanea. Se un mattone è marcio o fragile, è facile che l’intera costruzione non regga e rischi di crollare su se stessa. Tutto dipende quindi dall’accuratezza con cui si forma l’individuo del domani, “limando” ogni suo lato caratteriale e psicologico conformemente ai dogmi imprescindibili della civiltà. Si può dire che se un mattone è difettoso, la colpa è quasi sempre dei fabbricanti. E, ahimè, guardando le attuali generazioni, la mia compresa, si può affermare con certezza che mai prima d’ora la potestà genitoriale sia stata influenzata in maniera così marcata dal virus della mondanità. Partendo dall’esempio più banale: quanti padri e madri sarebbero disposti a punire severamente il proprio figlio, e per “severamente” intendo l’accezione più pura del termine, per insegnargli la giusta via da intraprendere? De iure, tutti quanti, de facto, davvero pochi. Una delle più grandi piaghe sociali della generazione dei millennials, da quanto ho appurato, è appunto la mancanza di umiltà, la capacità di ammettere le proprie mancanze. D’altronde non è una virtù innata, l’umiltà, ma molto spesso viene insegnata nutrendo la personalità dell’individuo di aspettative e valori “tangibili”, che non trascendano le capacità dello stesso elevandolo a “divinità scesa in terra” ma gli consentano anzi di capire cosa sia il mondo e cosa si aspetti concretamente da lui. Quante volte abbiamo sentito madri dire: “tu diventerai un modello!”, a figli che non hanno né la bellezza sufficiente né la propensione a divenire tali? Tante, troppe. E sono altrettanto innumerevoli gli individui incapaci di comprendere i propri limiti e ammettere a se stessi persino la pecca più insignificante, proprio perché educati sin dall’infanzia a pensare di essere nel giusto e avere campo libero in ogni cosa. Che dire poi dell’attitudine al sacrificio? Nulla si ottiene senza prima passare in un sentiero erto e tortuoso che metterà a dura prova sia la nostra pazienza che la nostra volontà di ottenere ciò per cui abbiamo intrapreso il cammino. È proprio la famiglia il primo luogo in cui si apprende che nulla è dovuto, insegnando a distinguere una semplice voglia o capriccio da un desiderio meditato e coltivato con il tempo. Chiedete alle generazioni passate quanto abbiano faticato per conquistare quello che hanno e il tipo di infanzia misera e priva di mezzi trascorsa. Nulla di strano, erano anche altri tempi. Ma è proprio grazie alle difficoltà e al distacco dal “terreno” che si cresce e ci si irrobustisce. Difficile da spiegare a un millennial, il cui ego, permeato da narcisismo e superbia, lo tiene in una gabbia dorata, al sicuro da ogni turbamento. Una tragica conseguenza dell’odierna dittatura del relativismo è l’inettitudine a intravedere il confine tra progressismo e falso progressismo. Il primo è del tutto legittimo in un mondo globalizzato e informatizzato, in una società avanzata che si pone l’obiettivo di abbattere ogni barriera etnica, sessuale e culturale, mentre il secondo è spesso confuso con il primo a causa dell’ignoranza e della mancanza di senso critico. Spesso si tende a lanciarsi in nuove iniziative o intraprendere delle scelte solo perché esse sono in linea con la moda del momento, trascurando magari sia il significato di ciò che si sta compiendo, sia i frutti che ne conseguiranno. Molti, addirittura, vantandosi prosecutori dell’ideologia progressista, non si rendono conto di essere falsi progressisti e continuano imperterriti a inquinare il mondo con la loro assurda e distorta percezione delle cose. Sono del parere che se esistessero dei progressisti veri e non sedicenti, molte delle battaglie sociali di cui si continua a discutere, in Italia soprattutto, non sarebbero nemmeno iniziate proprio perché contrarie alla civiltà della ragione. La transizione di quest’ultima alla civiltà dell’emozione, in cui ci si fida delle proprie impressioni anziché del giudizio critico (sempre che ve ne sia uno), ha messo in atto un capovolgimento dei paradigmi della realtà, educazione in primis, trasformando radicalmente l’essere umano in una entità fluttuante da una moda ad un’altra. Il falso progressista, vittima delle imposizioni di Babilonia e illuso di possedere ancora il lume della ragione, porta avanti la sua battaglia di decivilizzazione con l’assurda convinzione di essere nel giusto.

Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?  Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l’albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti.”, diceva qualcuno. Il problema, però, è un altro: la capacità di discernere, abilmente manipolata da un’estenuante opera di propaganda che ci ha disumanizzati e istupiditi. Oggi si ha perfino il coraggio di portare i propri figli al Gay Pride solo perché qualcuno ci ha inculcato un concetto snaturato di diritto e uguaglianza secondo cui sfilare con vestiti carnevaleschi reclamando diritti inesistenti sia normale. Se magari si spiegasse a un bambino cosa è realmente un diritto, capirebbe che l’omofobia è scomparsa da un pezzo e ciò per cui si battono i movimenti LGBT sono solo capricci dettati dalla società del vizio. I dogmi, le verità trascendenti e indiscusse, sono quelle grazie a cui l’umanità è sempre andata avanti. E se la coscienza individuale non è più ancorata all’assoluto ma diventa essa stessa l’assoluto, attribuendosi l’arbitrio di ciò che è bene e ciò che è male, non può che attenderci un mondo privo di regole in cui vige solo la legge della giungla.

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