DOPO LA SPAGNA, ANCHE L’ITALIA VITTIMA DI SECESSIONE?

Gustave Le Bon, pioniere dello studio sulla psicologia delle folle, sosteneva che le masse non hanno poteri costruttivi, bensì si occupano di demolire un sistema di cose quando è già traballante, come un vetro pieno di crepe, per lasciare a un gruppo ristretto di persone, magari una élite aristocratica composta da intellettuali di alto rango, l’arduo compito di gettare le fondamenta della Weltanschauung successiva. Sicché ciò avvenga, occorre innanzi tutto che un’infrastruttura sociale appaia come obsoleta agli occhi delle folle. Cioè che i suoi principi cardine, le colonne portanti su cui si regge, debbano essere messe anche solo in discussione da uno o più esponenti del popolo e provocare la cosiddetta “reazione a catena” distruttrice e fautrice di tutti i più grandi cambiamenti avvenuti nella storia. Pensiamo per un attimo all’assetto democratico che l’Occidente ha intrapreso nel dopoguerra: è durato senza apparenti intoppi sino a quando il benessere della maggioranza non ha lasciato silenziosamente il posto al precariato sociale ed economico, quando i dittatori del capitale hanno tirato le reti da pesca gettate settantanni fa accaparrandosi avidamente tutto ciò che potevano. Il colpo di coda della crisi economica iniziata nel 2008, purtroppo, deve ancora arrivare, a dispetto dei nostri governanti che continuano a dirci che «il peggio è passato». Le reti da pesca gettate tempo fa erano infatti così mastodontiche che il tiraggio non è ancora terminato. Chi ha orecchie per intendere, intenda…

Secessione all’italiana?

A mio parere, uno dei primi sintomi di malessere recondito in un individuo è quello di aprire la propria valvola di sfogo anche di fronte a problemi di scarsa (o inesistente) rilevanza, costituenti per lo più un pretesto che una difficoltà vera e propria. Una persona depressa o magari immersa in un contesto sociale in cui è a disagio, manifesterà senza ombra di dubbio una maggiore irascibilità rispetto alla media e tenderà a rigurgitare il proprio malore non appena gli si presenterà l’occasione, a prescindere dalla gravità della stessa. In soldoni, ciò che in un momento di integrità psicofisica ci saremmo fatti scivolare addosso nonostante non ci andasse proprio a genio, diventerà lo “sfogatoio” prediletto quando questa verrà a mancare. Le rivoluzioni sono (quasi) sempre scatenate da un pifferaio che incanta la massa e canalizza la rabbia di quest’ultima verso un obiettivo prescelto. Se il leader incantatore non è ancora venuto alla luce per vari motivi, il gregge manifesterà la sua scontentezza su più obiettivi, destabilizzando il sistema di cose e spianando la strada al futuro capo. Ciò che è avvenuto in Spagna, con il referendum sull’indipendenza della Catalogna, non è altro che il campanello d’allarme di un’Europa ormai frammentata e instabile, che ciclicamente compie un reset e ricomincia da capo, come la lancetta di un orologio dopo la mezzanotte. Ciò che mi ha lasciato basito non è stato il risultato del referendum, che ha visto quasi due milioni e mezzo di sì contro poco più di centosettantamila no, bensì la veemenza con cui il popolo catalano ha manifestato e continua a manifestare le proprie intenzioni, sfidando addirittura la Corte Costituzionale. In un’Europa sempre più propensa all’unione degli Stati e all’eliminazione dei confini, la rabbia catalana appare non solo come un controsenso, ma addirittura come un sentore di fallimento delle politiche europeiste, focalizzate sul libero mercato anziché sulle esigenze intrinseche dei popoli europei. Nella precedente consultazione del 2014, avente valore per lo più simbolico, la rabbia non fu tale, non fu così accesa come ai giorni nostri e la partecipazione non così intensa, nonostante l’opinione popolare propendesse unanimemente per il sì. Dimostrazione del fatto che nel momento in cui il malessere di un popolo è ai massimi livelli, qualsiasi problema, anche il più insignificante, diventa la palla al balzo che il popolo prende per far valere la propria sovranità dopo anni di sottomissione. In Spagna i secessionisti c’erano sempre stati, come del resto anche in Italia, ma in un momento storico come questo hanno trovato terreno fertile per scatenare una pseudo insurrezione e far tremare i vertici UE. Non dovremmo sorprenderci se una sorte simile toccasse anche a noi italiani: regioni come Veneto e Lombardia spendono miliardi di Euro in tasse che servono a rimettere in carreggiata i “parassiti” del sud, una barca di soldi che potrebbe essere investita in servizi e infrastrutture sul loro territorio anziché essere regalate a una “terronia” sempre più ostile alla civiltà e al progresso. Ovviamente è solo un’ipotesi, ma si sa, i popoli latini sono sempre più accesi rispetto, ad esempio, agli anglosassoni, e ciò che è avvenuto in Spagna potrebbe essere preso in esempio anche da noi, nello stivale sempre più compromesso e malridotto.

referendum-nord

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