LETTERA A PAPA FRANCESCO

La seguente lettera è stata realmente inviata al Papa.

Sua Santità,

Mi chiamo Carmine Martino, ho 27 anni e vivo a Taranto. Le scrivo questa lettera per esprimere le mie perplessità riguardo la strana piega che stanno intraprendendo sia i fedeli, sia la Chiesa Cattolica stessa. Sono un credente e, nonostante la mia fede viaggi tra alti e bassi, tra peccati e pentimenti, credo che Gesù Cristo e la sua Chiesa siano le uniche vie per la salvezza. Il mio compito come credente sarebbe quello di far prevalere la fede sulla ragione quando non riesco a trovare delle risposte a ciò che cerco, ma in questo caso ho deciso di appellarmi a Lei perché il problema non è di tipo teologico ma “terreno”. Riguarda cioè alcune stranezze che ho potuto constatare frequentando svariate parrocchie della mia città e non solo. Se c’è una cosa che ho imparato dalla storia è che quando un governo o un ente mettono in discussione i loro stessi dogmi, essi sono destinati inevitabilmente al tracollo. Parlando della Chiesa come istituzione millenaria, penso che il suo compito sia sì quello di adattarsi ai tempi, ma conformando la Parola di Dio agli avvenimenti di una determinata epoca, non relativizzando la Parola stessa e lasciando il fedele libero di interpretarla a proprio piacimento. Il dogma è di per sé immutabile, e la fede cristiana ne è piena. La bravura dei rappresentanti del clero dovrebbe risiedere nel saperla comunicare alle generazioni attuali in un linguaggio più comprensibile e moderno ma senza distorcerla. Forse, e lo dico con il massimo dell’umiltà, molti preti hanno frainteso le Sue parole, secondo cui Dio è infinitamente misericordioso, sminuendo l’importanza dei sacramenti come metodo di riconciliazione con l’Altissimo. Pochi giorni fa, mi sono recato per la seconda volta in una parrocchia (preferisco non rivelare quale) per confessarmi e seguire, come sempre, la messa domenicale. Premetto che una settimana prima mi ero confessato nella stessa chiesa, con lo stesso parroco, per poter ricevere la comunione che, da quello che mi hanno insegnato, non può essere assunta in peccato mortale. Quando, la volta successiva, ho chiesto nuovamente di confessarmi, tre fedeli, tra cui un bambino che aveva fatto la prima comunione qualche settimana addietro, si sono accodati a me con la stessa intenzione. Mentre aspettavamo che il prete entrasse in confessionale, alcuni parrocchiani si sono avvicinati con arroganza al bambino dicendogli che per questo genere di cose era troppo piccolo, non c’è bisogno di farle alla sua età, perché «solo i Santi si confessano spesso». Tralasciando l’ignoranza di chi ha proferito tali parole, mi domando l’impatto che esse abbiano potuto avere su un decenne, reo soltanto di aver voluto usufruire di uno dei sacramenti con l’entusiasmo tipico di chi ha fatto la prima comunione da poco e ha intenzione magari di intraprendere un cammino pastorale per accrescere e maturare la propria fede. Ma non finisce qui, quando il parroco è finalmente arrivato e stava per entrare in confessionale, con aria scocciata, come se dubitasse dell’autenticità della mia fede e avesse paura che gli altri avrebbero potuto trarne esempio confessandosi spesso, ha lanciato frecciatine sulla rigidità della mia condotta (quale rigidità, poi? Quella di confessarsi una tantum perché ammetto con umiltà di essere nel peccato?), che, a detta sua, sarebbe adatta più alla «Chiesa Medioevale» che a quella moderna. Sono rimasto perplesso da questo atteggiamento e non solo, potrei elencargliene a decine di preti i quali, con la superficialità di chi ormai ha abbracciato una fede relativista, fanno a meno di farsi confessare il peccato perché altrimenti «mancherebbero di discrezione» e quindi perdonano a prescindere, saltando anche l’atto di dolore, indispensabile per ricevere l’assoluzione. Non so se sono io a praticare un cattolicesimo ormai anacronistico o alcuni membri del clero ad aver frainteso le Sue parole intraprendendo atteggiamenti ambigui e a volte, ahimè, superficiali. Mi domando cosa ne sarà dei futuri fedeli se i bambini vengono indottrinati dagli adulti a non vivere il cristianesimo come una fissazione perché «quello lo fanno solo i santi». Alcuni preti mi hanno anche riferito che non c’è bisogno di confessarsi spesso, basta anche leggere un passo della Bibbia o fare un atto di carità per «azzerare il contatore dei peccati». Io, che il Vangelo l’ho letto, mi ricordo che la Salvezza si ottiene per grazia mediante la fede. Non con le opere. Che poi una fede vera implichi anche le buone opere è un altro discorso. Ma da qui ad affermare che si può fare a meno di confessarsi perché «basta una buona azione» c’è un abisso di differenza. Santità, io non voglio assolutamente criticare il suo operato. Non sono nessuno per farlo, né posseggo le qualità e la preparazione. Voglio solo farle presente che alcuni membri del clero e i fedeli stessi stanno abusando della Misericordia, da Lei giustamente osannata, abbracciando una fede modernista, in cui persino il Vangelo viene messo in dubbio perché «non sappiamo quello che ha detto veramente Gesù». Io credo che in un periodo di apostasia come questo sia giusto anche parlare di Misericordia per far tornare le pecore all’ovile, senza però tralasciare la Giustizia di Dio che è una della caratteristiche che lo rende infinitamente grande. La Giustizia Divina prevede anche la sofferenza, a volte il castigo, come cammino pastorale, se questi sono necessari per smuovere la coscienza di un potenziale fedele. Ho visitato parecchie chiese e assistito a diverse messe, ma non ho mai, e dico “mai”, sentito parlare dell’inferno. Anzi, a volerla dire tutta sembra che all’inferno non ci creda più nessuno. Chi osa parlarne, spesso è tacciato di appartenere alla setta dei tradizionalisti. Lungi da me il voler essere un tradizionalista, sono il primo ad ammettere che un po’ di flessibilità renda la fede più “vivibile” e meno soggetta ai tentennamenti a cui noi, in quanto umani, non possiamo sottrarci. Se però la misericordia di Dio viene utilizzata come pretesto per mettere in discussione i dogmi imprescindibili della Chiesa, forse bisognerebbe riportare all’ovile migliaia di credenti che hanno frainteso le Sue parole e ora sono in preda allo smarrimento tipico di non sa più a chi o a cosa credere. È anche vero che spesso i media contribuiscono a rendere i suoi interventi ambigui proclamando “aperture clamorose” a cui Lei non ha mai fatto accenno, attribuendole frasi mai dette e via discorrendo. È compito però dei preti spiegare ai fedeli cosa realmente Lei abbia detto o abbia voluto intendere e insegnargli a discernere l’assoluto dal relativo, altrimenti si rischiano fraintendimenti seri. Se anche i ministri della Chiesa sono confusi, dove andremo a finire?

In fede,

Carmine Martino

1 thought on “LETTERA A PAPA FRANCESCO”

  1. I veri sacramenti sono quelli che ci ha insegnato il Messia, solo attraverso di lui possiamo avere veramente una vita SANTA.

    L’etimologia del termine “Santo” è colui che è “separato dal mondo”, cioè dalla vanità, dalla vuoto esistenziale e dalla corruzione di questo mondo, non è certo il “mistico”. Il nostro Re dei Re ci ha dato l’esempio con il suo sacrificio per avere la redenzione dal PECCATO, SOLO se ubbidiamo a Lui.

    2000 anni di storia, hanno distorto, manipolato e cancellato la Verità su Dio, sviando molte pecorelle fino a portarci a questo “stato di cose”, come lo hai descritto tu nell’articolo.

    E’ tempo di ritornare alle “origini” di chi erano veramente i discepoli, nell’umiltà e nell’amore sublime che hanno poco o nulla a che fare con i “sacramenti” attuali e di COSTANTINIANA memoria…

    http://www.assembleadiyahushua.it/i-natzarym-gli-originari-discepoli-del-messiah-yahushua/

    Mi piace

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